Quella voglia di continuare a rimanere al sicuro, nel proprio rifugio, lontani da tutti

La sindrome della capanna

In questo periodo di graduale ritorno alla normalità, sono molte le persone che stanno sperimentando, a vari livelli, emozioni quali paura, ansia, senso di smarrimento ed insicurezza all’idea di uscire di nuovo e riprendere la propria vita “ordinaria”.

Secondo la stima della Società Italiana di Psichiatria, il fenomeno colpisce al momento circa un milione di italiani, ma in realtà, a livello di stimolo più o meno potente, il fenomeno riguarda tutti noi. Si tratta della “sindrome della capanna” o “del prigioniero” e non è un disturbo psicologico vero e proprio, ma una reazione emotiva del tutto naturale.

Il lockdown è iniziato il 9 marzo ed è terminato, nella sua forma più stringente, il 18 maggio; vale a dire che per ben 71 giorni la nostra routine è stata rivoluzionata e continua ad esserlo, perché ancora non è terminato il ripristino della “normalità”, essendoci delle persistenti restrizioni in essere, a causa del rischio di contagio.

La scienza che studia il nostro cervello ci dice che occorrono minimo 21 giorni e mediamente circa 66, per trasformare un’azione ripetuta in un’abitudine automatica, cioè in un processo che entra nei nostri meccanismi non consapevoli.
71 giorni di isolamento domestico sono quindi più che sufficienti a generare quelle connessioni neurali che radicano il “non uscire” nella nostra routine automatica, rendendo pertanto necessario, per tutti noi, un periodo altrettanto esteso nel tempo per scardinarla effettivamente, per far in modo, cioè, che smetta di essere la nostra nuova ed automatica “normalità”.

Ecco spiegato quel senso di smarrimento che ci spinge (chi più e chi meno) a non voler uscire, a restare al sicuro nella nostra casa, dove ci siamo sentiti protetti, “al sicuro” e confortati dalla paura del contagio, dalla paura di morire e di perdere gli affetti più cari. Paure molto potenti, che hanno sollecitato la parte più primitiva ed istintiva del nostro essere, e che sono state pesantemente alimentate dai mass media e dai social, a torto o a ragione.

 

Come si manifesta questo disagio emotivo?

• desiderio di restare a casa
• paura di uscire
• irritabilità
• stanchezza
• demotivazione
• difficoltà di concentrazione
• necessità di riposare
• difficoltà ad alzarsi la mattina
• disturbi del sonno

 

Come si esce da questo disagio emotivo?

In modo graduale, accettando anzitutto il dato di fatto che per scardinare una routine ci vuole del tempo. E usando gli strumenti del coaching si possono pianificare una serie di azioni per agevolare questa transizione:


• stabilire obiettivi per gestire il tempo ed organizzare la giornata
• includere nell’organizzazione il lavoro, la casa, dello svago e dell’esercizio fisico
• darsi il merito di aver superato una circostanza difficile
• razionalizzare gli elementi positivi emersi: gli affetti, la riscoperta del proprio nido e la riduzione di alcune dipendenze dal superfluo
• accettare le emozioni di questo momento come naturali e conseguenti la fine di un lungo isolamento 

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