Parlarsi è un’arte

Parlarsi è un'arte

Quasi tutti siamo in grado di parlare, ma riusciamo anche a comunicare?

La risposta è no, perché parlarsi è più complesso di quanto pensiamo.

Il primo motivo è che non ci viene insegnato ad ascoltare davvero l’altro, il secondo motivo è che nel dialogo, come nell’ascolto, generalmente siamo condizionati da una serie di bisogni infantili: essere accettati, ottenere approvazione, non essere respinti, esprimerci, “vincere” la battaglia per l’attenzione o quella per avere ragione. Tutte cose che non hanno nulla a che fare con l’argomento della conversazione e che spesso impediscono al vero contenuto di emergere e di essere compreso. Questo deficit può essere sabotante nel successo di in un’azienda, così come nella stabilità di una relazione sentimentale. La crescita personale, professionale e relazionale poggia proprio sull’interscambio di idee, emozioni ed esperienze. Molto spesso i collaboratori più geniali ed innovativi hanno intuizioni straordinarie, ma non riescono ad esprimerle, oppure non sono ascoltati dai diretti superiori o dai colleghi. Con la conseguenza che l’azienda perde l’opportunità di sviluppo e profitto rappresentata da quelle idee che non trovano il modo di raggiungere il destinatario. Non a caso le più grandi aziende assumono dei “facilitatori” della comunicazione, il cui compito è gestire le riunioni di lavoro, favorendo il flusso della conversazione e lo scambio di idee all’interno del gruppo di lavoro. Questo perché i più grandi progetti di crescita aziendale e le innovazioni più geniali e proficue nascono proprio dallo scambio di informazioni.

I modi di comunicare

Esistono tre fondamentali modi di comunicare: passivo, aggressivo e assertivo.
In una riunione di lavoro stai esprimendo la tua opinione ed un collega ti interrompe in continuazione.
Se il tuo modo di comunicare è passivo: ti senti frustrato dalle continue interruzioni, che ti impediscono di esprimerti compiutamente, sorridi e smetti di parlare perché non riesci a farti valere e a mantenere la concentrazione necessaria.
Se il tuo modo di comunicare è aggressivo: non ascolti il collega, critichi le sue proposte e quelle di chiunque altro intervenga.
Se il tuo modo di comunicare è assertivo: sorridi e rispondi al collega: “lasciami finire di esporre la mia idea in modo compiuto e poi ci concentreremo sulle tue interessanti osservazioni migliorative.”
È evidente che il più utile modo di comunicare sia quello assertivo, perché non reprime chi parla e non attacca chi ascolta. Per parlare in tal modo bisogna essere in grado di dosare il proprio ego, evitando di elevarsi a detentori del sapere e della verità suprema e bisogna saper ascoltare, perché dietro ogni intervento, anche critico, si può celare un prezioso suggerimento migliorativo. È un’arte che si apprende, grazie al coaching relazionale.

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